Ieri ricorreva il 29mo anniversario dell’uccisione del giudice Rocco Chinnici, vittima di un attentato mafioso il 29 Luglio 1983 a Palermo, in cui persero la vita anche il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta ed il sig. Stefano Li Sacchi. Nato a Misilmeri (Palermo) il 19 gennaio 1925, nel maggio 1966 era diventato giudice istruttore presso il Tribunale di Palermo. L’anno seguente aveva istruito il suo primo processo di mafia. Nel 1975 Chinnici era diventato Consigliere Aggiunto; dal 6 dicembre 1979 dirigeva l’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo in qualità di Consigliere Istruttore. Il suo predecessore, il giudice Cesare Terranova, era stato ucciso da Cosa Nostra 72 giorni prima, il 25 settembre 1979. Ecco come Rocco Chinnici viene ricordato dal sito Articolotre:
ROCCO CHINNICI, MAGISTRATO ITALIANO, UCCISO DALLA MAFIA IL 29 LUGLIO 1983. UN GRANDE UOMO, UN GRANDE GIUDICE.
- Sono passati quasi trent’anni dalla strage di Via Pipitone Federico. Era la mattina del 29 luglio 1983 quando una Fiat 127 imbottita di tritolo esplodeva davanti all’abitazione del Consigliere istruttore di Palermo, Rocco Chinnici. Con quel vile attentato, Cosa Nostra voleva sbarazzarsi il magistrato che aveva creato del pool antimafia. Nella Palermo sventrata da un’autobomba, insieme a Chinnici, perdevano la vita il maresciallo Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, addetti alla sicurezza del Consigliere, e il portiere dello stabile, Stefano Li Sacchi. Il responsabile materiale della strage, Antonio Madonia, figlio del boss Francesco Madonia, fu condannato all’ergastolo per omicidio plurimo di stampo mafioso. Ieri, a Palermo, si è svolta la cerimonia di commemorazione per il ventinovesimo anniversario dall’attentato. Alle celebrazioni in Via Pipitone sono intervenuti Caterina Chinnici, figlia del magistrato, e il nipote, Alessandro Chinnici. E nel giorno del ricordo sono arrivate anche le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che in un messaggio alla famiglia Chinnici esprime tutta la sua ammirazione per il coraggio e il lavoro del Consigliere istruttore. “Il primato della legalità, per il quale magistrati come Rocco Chinnici hanno perso la vita, resta patrimonio collettivo e baluardo essenziale per una convivenza civile libera dal ricatto della criminalità organizzata”. In una delle sue ultime interviste, il magistrato aveva dichiarato: “La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare”. Dopo la sua morte, il lavoro di Chinnici fu proseguito da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello e Leonardo Guarnotta, sotto la guida di Antonino Caponnetto. -

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